Vita e lavoro: quale conciliazione? PDF Stampa E-mail
Venerdì 04 Aprile 2008 21:12

di Karen Mazza

Ogni giorno molte persone incontrano difficoltà nel riuscire a giostrarsi tra l’impegno lavorativo, lo svago e le richieste di attenzioni da parte della propria famiglia.

Nonostante il tema della conciliazione tra vita e lavoro sia così presente e rilevante nel quotidiano dei lavoratori, soprattutto delle lavoratrici madri, tuttavia non trova spazio adeguato nei mass media.

Si sente parlare del problema della carenza di asili nido, della poca applicazione del part-time, senza però poter conoscere in modo più approfondito il fenomeno nel suo complesso.

Così ho deciso che la mia tesi di laurea triennale in Economia Aziendale dovesse trattare questo argomento, in particolare quali sono le iniziative che le imprese adottano in questo senso e come possono contribuire al miglioramento del rendimento della forza lavoro e del clima aziendale.

Asili nido aziendali e servizi ai parenti anziani permettono al dipendente di poter contare su un prestatore di cure alternativo mentre è al lavoro, cosicché da migliorare la propria concentrazione nello svolgimento della mansione e da prevenire stati di tensione emotiva.

Invece, orario flessibile e telelavoro vanno incontro a chi preferisce adattare la sfera lavorativa al suo privato, coordinando orari e spostamenti con quelli di partner e figli o addirittura lavorando da casa.

L’offerta di queste politiche deve combinarsi però con la concreta accessibilità delle stesse. Spesso infatti i dirigenti sono restii a concedere la riduzione dell’orario di lavoro perché comporta difficoltà di monitoraggio e coordinamento delle prestazioni, se non accompagnata da un’innovazione profonda nella progettazione delle mansioni e nelle modalità di interazione e comunicazione tra colleghi. Ad esempio, chi si avvale del part-time può essere bollato di minor rendimento se la sua prestazione non è legata in modo efficiente ed efficace con quella degli altri dipendenti, che così potrebbero veder aumentare il proprio carico di lavoro.

Un atteggiamento di supporto dell’intera gerarchia aziendale nei confronti di chi vuole avvalersi di queste iniziative è fondamentale per far sì che la disponibilità del beneficio di conciliazione si traduca in ciò per cui esso è stato introdotto, ovvero maggior impegno e fedeltà della forza lavoro nei confronti dell’organizzazione e dei suoi obiettivi.

E’ altresì necessaria una più equa distribuzione delle responsabilità familiari nella coppia altrimenti, una volta a casa, la lavoratrice madre sperimenterà comunque ulteriori fonti di stress.

In Italia l’adozione di queste politiche è supportata da finanziamenti previsti da bandi di concorso pubblici; è il segnale che la conciliazione non giova solo all’individuo e all’impresa in cui lavora, ma anche al sistema economico e sociale a livello macro. Nel nostro Paese si registrano bassi livelli di natalità e di occupazione femminile in gran parte per la carenza di servizi all’infanzia a costi ed orari accessibili.

Si fa strada dunque un nuovo modo di concepire le politiche sociali, ovvero sia a sostegno della produttività del sistema economico sia dell’aumento demografico e della migliore qualità della vita delle persone.

In questo frangente l’impresa può riscoprire l’importanza della responsabilità sociale, remunerando con l’offerta di servizi alla persona e alla famiglia il valore aggiunto prodotto dal capitale umano.

Il benessere determinato dal successo dell’impresa non va quindi monetizzato e distribuito ai soli portatori di capitali, ma reso accessibile con azioni concrete e motivanti anche a chi investe tempo ed energie con dedizione nella propria professione.

Karen Mazza

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