Una storia di latte PDF Stampa E-mail
Venerdì 16 Marzo 2012 21:17
Tempo fa avevo scritto la storia dell’allattamento della mia prima bambina: volevo diventare consulente de La leche league, ma poi ho ricominciato il  lavoro e il progetto è sfumato. Avete anche voi una storia di latte? Avete voglia di raccontarla? Allora comincio io, ecco qui:
La storia di ogni madre inizia da bambine, ascoltando i discorsi degli adulti intorno a noi e proiettando la loro visione delle cose nella nostra vita futura.
Credo che la mia famiglia mi abbia trasmesso molti valori positivi riguardo alla maternità. Vengo da almeno due generazioni di donne che non hanno allattato al seno: mia madre non ha allattato nè me nè mia sorella e mia nonna materna nemmeno uno dei suoi figli. Questo ha significato molto nella mia storia personale, in senso positivo, di forte motivazione a “riscattare” le donne che mi hanno preceduto.
Mia madre ha sempre rimpianto il mancato allattamento delle figlie e mi ha sempre trasmesso il messaggio che i bambini vanno coccolati e amati, toccati e baciati. Questo forse perché nella sua storia personale il contatto fisico come messaggio di amore le è mancato tantissimo: generazioni come la sua sono state davvero sfortunate da questo punto di vista, soprattuto in un contesto bigotto e arretrato come quello sopravvissuto fino a pochi decenni fa.
Mia madre però è stata saggia e alla sue figlie ha sempre trasmesso il messaggio che i bimbi hanno bisogno del latte della loro mamma, che il contatto pelle a pelle che si crea è il nutrimento migliore per loro e per la loro anima.
Il mio allattamento è stata un'esperienza forte e del tutto positiva per me. Mi sentivo molto imbranata come madre, vedevo molte delle mie coetanee che avevano già figli da qualche anno e mi chiedevo come poteva essere sentirsi genitore. Lo desideravo con tutto il mio cuore, lo sentivo come un bisogno impellente: essere mamma, dare la vita, scoprire la vita insieme al bambino, vedere con lui quanto è dolce passeggiare in una giornata di sole in mezzo al verde, sfiorare l'erba con le mani per sentirne il fruscio, farsi scaldare le guance dai raggi del sole, sentire il vento che ti accarezza i capelli,  ammirare un campo dall'alto e scorgere le onde e le increspature del grano disegnate dal vento, respirare l'aria pulita e rarefatta a grandi sorsate in alta montagna, sentire il freddo pungente emanato dalla neve e i rumori ovattati di un paesaggio dopo una nevicata...
Quando scopro di aspettare un bambino è una sorpresa, non ci credo finchè non vedo l'embrione sullo schermo dell'ecografista, eppure è la, il cuoricino che batte forte. Frequento a Padova un corso preparto sull'allattamento. La dottoressa è molto brava e la ringrazio mentalmente anche adesso. Frequento due volte quella lezione, una da sola e una con il  futuro papà perché secondo me è importante  il sostegno familiare su una questione così importante. Faccio mille domande, sono molto interessata e voglio a tutti i costi allattare il mio bimbo! Sul parto non mi informo più di tanto, forse per timore, ma sull'allattamento sì, mi rendo conto poi di sapere molte cose rispetto alle altre mamme. Sono fortunata.
L'allattamento in ospedale avrebbe potuto iniziare male: dopo un parto difficile, la mia bimba nasce un po' sofferente, ha un apgar al primo minuto 7 e dopo 5 minuti 9. Adesso leggendo la letteratura scientifica so che questi punteggi non giustificano affatto un allontanamento del bambino dalla madre. In realtà con la scusa che la bimba nasce con un colorito bianchicchio, mi viene sottratta per molte ore dopo la nascita. Nasce alle due di notte e io la rivedo solo alle 8 della mattina dopo. Un'eternità. Nessuna coppia madre – bambino dovrebbe soffrire così tanto per la lontananza dopo il parto. Mi promettono che me la fanno vedere prima possibile e invece, per mancanza di personale, vedo la mia bambina solo la mattina dopo. Vago per i corridoi come un’animale ferito e inferocito a cui hanno sottratto la prole, poi mi portano un'altra bimba al posto della mia, insomma ne succedono di cotte e di crude prima che io e Giulia ci incontriamo.
Nonostante l'episodio di allontanamento nelle prime ore dopo la nascita, poi la bambina rimane sempre nella mia stanza. La faccio dormire accanto a me. Si chiama rooming in, che non è nient’altro che stare col proprio bambino dopo la nascita. Sembrerebbe la cosa più naturale del mondo, intuitiva. Perchè dovrebbe stare in un ambiente riscaldato artificialmente come una culla termica? Il corpo della madre non emana già il calore sufficiente per far sopravvivere il proprio neonato? Sembrerebbe di no, visto che la prima foto di G. viene scattata dalla pediatra chiamata d’urgenza con la sua macchina fotografica alle due di notte. Una flashata in pieno viso. Quanta tecnologia al servizio del nulla.
Tutto sommato comunque, sentendo anche altre esperienze, per quanto riguarda l'allattamento l'ospedale presso cui partorisco si dimostra competente e al passo con i tempi: non le viene mai dato nessun biberon, né succhietto, né glucosate o altre cose estranee al mio latte. O al mio colostro, ed è davvero una cosa magica, allattare. Questo liquido giallo giallo che esce, ma che cosa meravigliosa pensare che ha anticorpi, che contribuisce a colonizzare l'intestino con batteri buoni, una vera bomba dal punto di vista energetico. Appena vedo G., chiedo subito aiuto per attaccarla al seno. Mi dicono “aspetta prima di attaccarla, dobbiamo venire noi”! Io aspetto, ma non ce la faccio: ad un certo punto con la prima infermiera gentile che mi capita sotto tiro le chiedo subito di farmi assistenza: voglio allattarla, ma subito! Lei è bellissima, con questo visino e la testina di pulcino arruffato e bagnato.
Metto in pratica tutti gli insegnamenti che ho raccolto durante la gravidanza: attacco la bambina ogni qual volta lei lo desideri. Lei si dimostra da subito molto determinata: ha fame. E se tardo un attimo piange come una fontana. Molto spesso ciucciando si addormenta e per evitare che mangi poco la stimolo e la tengo sveglia chiamandola per nome e dandole dei buffetti sulla guancia. Ma grazie al mio latte il calo fisiologico rimane fisiologico, cioè solo di 150 gr., poi recupera subito.
Il gran merito dell'ospedale è che tengo sempre la bimba in stanza, la vedo dormire, me la tengo nel letto con me, e poi l'infermiera mi aiuta a spostarla durante la notte nella sua culla, altrimenti io avrei dormito sempre con lei. Ancora adesso non mi pare vero di avere questo esserino, che cresce vicino a me. Che dorme con me, sentire il suo respiro.
Lascio l'ospedale con un po' di timori perché non mi sento ancora esperta. Mi dimettono una mattina, dopo due giorni, io non me lo aspettavo, pensavo di andare a casa il giorno dopo e invece ci mandano tutte a casa.
Mettiamo la bambina dormiente nel seggiolino nuovo e poi via a casa. Il mio compagno è molto premuroso con me, in quel periodo era a casa dal lavoro e mi aiuta molto, sbriga le faccende, fa la spesa, fa da mangiare, sta a casa con me quasi fino ai 5-6 mesi della bambia. Il suo aiuto è prezioso. Durante le notti in cui allatto, mi aiuta a posizionare bene i cuscini, mi accende la luce, ovviamente poi le ore di sonno sono sempre poche, ma con lui non mi sono mai sentita da sola. Mi appoggia in ogni mia scelta. E' passato un po' di tempo da quel periodo e devo dire che adesso che la bimba ha due anni ed è molto indipendente. Ma ovviamente ci sono stati momenti di difficoltà: io non mi immaginavo che un bimbo fosse così impegnativo, che volesse poppare tutto il tempo, che dormisse così poco. Per fortuna ci sono state delle letture e delle persone che mi hanno aiutato. I miei erano lontano e quindi il loro aiuto è stato limitato, ma ora capisco quanto sia stato importante per noi tre iniziare la nostra vita insieme stando molto vicini.
L'allattamento è stato per me una buona dose di empowerpment, mi sento come se avessi riscattato le generazioni precedenti, ora so che le donne della mia famiglia possono allattare e io l'ho dimostrato. Ho dimostrato anche a tutti, nonostante lo scetticismo di molti, che l'allattamento fa crescere dei bimbi indipendenti: ho una bimba che mangia e dorme nel suo lettino: senza sforzarla a due anni ha preferito il suo lettino di legno costruito da papà invece del lettone, va serenamente in asilo, è vivace, attenta, affettuosa, attaccatissima e me e al suo papà, al nido comincia a fare le sue piccole amicizie. Finché non ha camminato l'ho portata costantemente in braccio o nella fascia, ci ha seguito in tutti i nostri spostamenti: al mare, in montagna, è stata con noi ovunque. ..
Buon viaggio, piccola G. e benvenuta alla vita!
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